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Schede critiche
Critica (Rossana Bossaglia)

 

I talenti artistici sono, per loro stessa natura, versatili; sono, cioè, un’attitudine creativa che nella

più parte dei casi si incanala in una precisa direzione, ma che sovente mantiene una disponibilità

variegata. E questa disponibilità potrebbe essere definita, genericamente, di tipo teatrale; il

teatro è il luogo dove tutto avviene per finzione: persino la presenza fisica degli attori si trasforma

in rappresentazione di sé; nulla è veramente corporeo.

Per questi motivi, se dovessi identificare la personalità di Enzo con una specifica attività artistica,

direi che egli è stato sostanzialmente un uomo di teatro; non solo per avere ideato spettacoli

e averli interpretati con geniale fantasia, assecondato dalla struttura e dalle cadenze del suo

stesso corpo; ma perché in tutte le sue manifestazioni espressive egli ha identificato materie e

forme reali con la finzione.

L’arte, appunto, era per lui finzione: nel senso più alto e affascinante del termine; noi sappiamo

che lo stacco tra il pubblico e il palcoscenico è profondo anche se gli spazi fisici sono ravvicinati;

perché lassù avviene qualcosa che non è, ma che rappresenta.

La stessa sensibilità, lo stesso senso del mistero Enzo dimostrava nelle altre attività della sua inquieta,

multiforme fantasia inventiva. Per esempio nella pittura, che costituisce un settore ampio e

intensamente creativo della sua produzione. Si badi che il prevalere della fantasia, nel senso appunto

dell’immaginario creativo, si accompagna nell’attività di Enzo a una perizia manuale – quello

che definiamo correntemente il mestiere – di sottile qualità: Enzo non era soltanto un sognatore. E

ancora: dietro il sogno si addensava un patrimonio culturale così ricco e profondo da farsi con naturalezza

personale linguaggio. Niente di ingenuo, mai, nelle sue invenzioni; ma qualcosa di più: la

capacità di trasfigurare in emozione comunicativa qualunque idea, o ricordo, o riflessione.

Dunque, anche la cosiddetta arte figurativa si propone sotto le sue mani come finzione teatrale;

e così ci viene incontro e ci parla. Al punto che volentieri Enzo realizzava non tanto dei quadri

propriamente detti, ma delle strutture tridimensionali ottenute con materie e sistemi diversi, in

particolare intrecci prospettici di cartoni e cartoncini; e arrivava addirittura a quella sorta di teatrini

dove venivano raccolte dall’artista e, come dire, museificate le immagini del suo patrimonio

interiore; intere sequenze di quadri antichi, presentati dunque come in una collezione; ma la sala

della collezione raffigurata come un palcoscenico, dunque di per sé fittizia, transeunte. E, si

noti, gli stessi paesaggi ci appaiono imbrigliati nel palcoscenico della memoria: nessuna immagine

raffigurata da Enzo giunge a noi in forma diretta; tutto è ricordato, rievocato, rivissuto e partecipato

a chi guarda attraverso lo stacco della teatralità.

La persona fisica di Enzo corrispondeva a questo suo modo di intendere la realtà, nel connubio

presente/passato, immagine diretta e immagine pensata: una figura sottile, vibrante, in continua

tensione espressiva, la quale suggeriva ogni volta l’idea che egli fosse permanentemente un

attore, cioè non un essere reale, bensì finzione di sé. Non certo perché egli non avesse consistenza

sentimentale e spirituale e non fosse una persona con tutto il suo patrimonio di vita fisica:

proprio attraverso l’apparente immaterialità egli ci consegnava un accumulo di emozioni altamente

suggestivo; e l’emozione era la verità del suo essere persona.

E ancora: di tutto questo che vado dicendo, Enzo era pienamente consapevole; il suo istinto

artistico nulla aveva a che fare con stralunamenti inconsci; esso emergeva da una sostanza creativa

profonda che l’intelligenza accoglieva e interpretava.

Nel ricordare Enzo, nel riguardare le sue opere così ricche di fascino, mi sembra di ritrovare

la sua immagine fisica: quello che è stato e che rimane, la persona come messaggio.


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Al pari altri intellettuali, delusi dalle forme espressive correnti, Carioti aveva maturato il convincimento che la creatività dovesse essere una sorta di lucida stupenda "follia" capace di sfuggire alla massificazione messa in atto dalla società
 
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